L'AQUILA (8 aprile) - «Un po' è come se questo terremoto avesse interrotto il nostro futuro». Lisa Lucetti, studentessa di ventidue anni originaria di Celano, studia da 3 anni in questa città. Nell'Aquila distrutta, tra una serie di scosse che sembrano voler ricordare che lui, il sisma, non ha ancora deciso di abbandonare la città, ci sono molti ragazzi per le strade e nelle vicinanze delle tendopoli.
Sono studenti che non hanno voluto ancora lasciare la città, sia perché sperano di ritrovare qualche amico disperso. Sia perché vogliono dare una mano ai soccorritori e ai volontari impegnati nella ricerca dei superstiti e nella messa in sicurezza delle abitazioni.
Lungo i tornanti di via XX settembre incontriamo Lisa, sta andando verso la "Casa dello studente", vuole sapere se ci sono novità sui quattro ragazzi sepolti sotto le macerie. Non sa ancora che i quattro ragazzi sono morti e che il suo rettore ha appena dichiarato che non ci sono speranze di trovarli vivi. È una ragazza sconvolta.
Racconta che domenica sera, la notte del terremoto, era appena tornata a casa con l'amica dopo una passeggiata in centro, quando c'è stata la prima scossa, quella delle 0.40. Per questo aveva deciso di dormire insieme alla sua amica, vestita e con la luce della camera accesa, uno zaino pronto con qualche maglia e il computer da prendere in caso di fuga. «Potrà sembrare strano - continua Lisa - ma da gennaio, quando sono iniziate queste scosse continue, spesso dormo vestita, come fanno in molti qui all'Aquila». Lei quella sera ha fatto in tempo a scappare fuori dalla casa insieme agli altri condomini: «Sono stata fortunata, le scale hanno retto, la mia casa non è venuta giù, m'ha dato la possibilità di scappare». «In questo momento - continua - la cosa che mi fa più paura sono le prospettive. Certo, di fronte alla morte di tanti miei amici posso dire almeno di essere stata fortunata ad uscire viva dal mio palazzo, ma se penso al domani mi vieni da piangere».
Nonostante la freschezza della sua giovane età, Lisa non riesce a darsi pace per quello che è successo e a cercare di pensare in positivo. «Ho perso molti amici, la mia casa, i miei libri, la mia università. Non so se riuscirò a laurearmi e, soprattutto, non so che fine farà la città che tanto amo. In questo momento di dolore assoluto non voglio fare polemiche, ma qui all'Aquila tutti se lo aspettavano un terremoto forte, però non è stato fatto nulla per prepararci e in particolare non sono state controllate le case più a rischio».
Arrivati davanti la "Casa dello Studente" c'è Arturo Vernillo, un volontario della Protezione civile che viene da Benevento. Arturo ha 38 anni e questa non è la sua prima esperienza in contesti del genere. Insieme al suo gruppo è stato tra i primi a raggiungere San Giuliano di Puglia quel 31 ottobre del 2002. Di quella tragedia ricorda, però, il momento di gioia quando ha aiutato ad estrarre diversi bambini vivi dalle macerie della scuola crollata. «La stessa gioia provata l'altro giorno quando abbiamo estratto viva dalle macerie Francesca, una ragazza di 21 anni che era rimasta sepolta sotto la palazzina crollata in via XX settembre. Quando l'abbiamo estratta era cosciente e piangendo ci ha ringraziato di averle salvato la vita e a me ha regalato una sua foto che aveva in mano durante tutto il tempo che è rimasta sepolta. È stata un'emozione fortissima, non la dimenticherà mai».
A Onna lo spettacolo è inquietante. Si possono contare sulle dita di una mano le case che ancora sono in piedi. Sul prato verde dove ci sono le tende dei soccorritori e i mezzi dei Vigili del Fuoco, incontriamo Michele. Un signore anziano alto, con la barba e i capelli bianchi, che passeggia da solo sul prato e quando ci avviciniamo scopriamo che sta piangendo. Non è di Onna. Tutti quelli che abitavano questa piccola frazione dell'Aquila o sono morti o sono via, sotto le tende e nelle strutture di accoglienza. Lui abita in un piccolo paesino dall'altra parte della città ed è vivo per miracolo. «L'altra sera il letto andava da una parte all'altra. Ho sentito un rumore fortissimo, le travi della casa che si piegavano. Pensavo di morire. Non so come ha retto la casa».
Piange guardando questo orizzonte pieno solo di macerie. «Ero venuto qui la settimana scorsa. Da questo prato si vedeva tutto il paesino. Era bello. Ora tutto è distrutto. Che vita è questa. Che ne sarà di noi?». Si asciuga con le mani le lacrime che scendono sul viso. «Non mi fanno andare dall'altra parte del paese. Io ci voglio andare. Voglio vedere che è successo. Voglio vedere quello che s'è portato via questo terremoto». (IL FALCO)
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