In quest’estate di politica da bassa cucina e molto chiacchiericcio, la Fiat, il suo amministratore delegato e i piani di rilancio della fabbrica torinese offrono uno scoglio da cui partire per qualche riflessione. Il discorso fatto da Sergio Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini è un’occasione utile per parlare del futuro del nostro Paese. Seppur partendo dal caso dei tre operai di Melfi, licenziati e poi reintegrati dal giudice, l’amministratore delegato della Fiat ha voluto parlare dell’Italia. Il suo è stato un discorso di parte. Dell’uomo che dal 2004 ha ereditato il compito di risollevare la più importante azienda italiana, destinata alla chiusura. La scommessa di Marchionne è stata quella di trasformare la Fiat in uno dei pochi colossi mondiali che producono auto.Un’idea in grande. Forse, per alcuni, troppo in grande, ma che inevitabilmente porta con sé rischi e costi non irrilevanti. Nessuno sa come andrà a finire. Per ora agli atti c’è che Marchionne è riuscito a risistemate i conti della Fiat e a rilevare la decotta Crysler negli Stati Uniti. Per il suo rilancio l’uomo venuto da Chieti ha strappato un assegno da 2 miliardi di dollari a Barack Obama. Cosa non da tutti giorni. Anche i suoi detrattori devono riconoscerlo.
I rischi e i costi del progetto sono quelli di riuscire a mantenere in un mondo globalizzato parte della fabbricazione di auto in un Paese poco competitivo come l’Italia. Questa realtà può non piacere ma è difficile da negare. E spinge il nostro Paese al confronto diretto con realtà produttive dinamiche e con economia in forte crescita come quelle del sud est asiatico. In questo percorso s’inserisce il progetto di recupero di produttività che Marchionne vuole portare avanti. E che, per ora, la Cisl e la Uil sembrano condividere. A differenza della Fiom.
Per il resto si potrebbe immaginare una soluzione nel portare la Cigl in Cina. Sarebbe un grande passo per l’umanità e soprattutto per i diritti dei lavoratori cinesi. Non credo, però, che Hu Jintao sarebbe molto d’accordo. A parte le battute, restano sul piatto i diversi miliardi di euro che la Fiat ha deciso di investire in Italia. Con una contropartita. Quella di avere un sistema di relazioni industriali più dinamico e in linea con quello dei paesi con cui si compete.
Se abbiamo ben capito la richiesta di Marchionne è questa. L'Itlalia, dal suo canto, chiede a Marchionne e a tutto il managment del Lingotto un impegno nella progettualità di automobili che sappiano reggere la sfida del mercato globale, soprattutto nelle sue aree più redditizie. Se così stanno le cose l’Italia non può che accettare la sfida di Marchionne. Altre alternative non se ne vedono. Il lusso di dire “no”, non c’è più consentito.


