«Scrivo per sapere che cosa penso» LUIGI MALERBA

Notizie

venerdì 27 agosto 2010

La sfida di Marchionne all'Italia

In quest’estate di politica da bassa cucina e molto chiacchiericcio, la Fiat, il suo amministratore delegato e i piani di rilancio della fabbrica torinese offrono uno scoglio da cui partire per qualche riflessione. Il discorso fatto da Sergio Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini è un’occasione utile per parlare del futuro del nostro Paese. Seppur partendo dal caso dei tre operai di Melfi, licenziati e poi reintegrati dal giudice, l’amministratore delegato della Fiat ha voluto parlare dell’Italia. Il suo è stato un discorso di parte. Dell’uomo che dal 2004 ha ereditato il compito di risollevare la più importante azienda italiana, destinata alla chiusura. La scommessa di Marchionne è stata quella di trasformare la Fiat in uno dei pochi colossi mondiali che producono auto.

Un’idea in grande. Forse, per alcuni, troppo in grande, ma che inevitabilmente porta con sé rischi e costi non irrilevanti. Nessuno sa come andrà a finire. Per ora agli atti c’è che Marchionne è riuscito a risistemate i conti della Fiat e a rilevare la decotta Crysler negli Stati Uniti. Per il suo rilancio l’uomo venuto da Chieti ha strappato un assegno da 2 miliardi di dollari a Barack Obama. Cosa non da tutti giorni. Anche i suoi detrattori devono riconoscerlo.

I rischi e i costi del progetto sono quelli di riuscire a mantenere in un mondo globalizzato parte della fabbricazione di auto in un Paese poco competitivo come l’Italia. Questa realtà può non piacere ma è difficile da negare. E spinge il nostro Paese al confronto diretto con realtà produttive dinamiche e con economia in forte crescita come quelle del sud est asiatico. In questo percorso s’inserisce il progetto di recupero di produttività che Marchionne vuole portare avanti. E che, per ora, la Cisl e la Uil sembrano condividere. A differenza della Fiom.


Per il resto si potrebbe immaginare una soluzione nel portare la Cigl in Cina. Sarebbe un grande passo per l’umanità e soprattutto per i diritti dei lavoratori cinesi. Non credo, però, che Hu Jintao sarebbe molto d’accordo. A parte le battute, restano sul piatto i diversi miliardi di euro che la Fiat ha deciso di investire in Italia. Con una contropartita. Quella di avere un sistema di relazioni industriali più dinamico e in linea con quello dei paesi con cui si compete.


Se abbiamo ben capito la richiesta di Marchionne è questa. L'Itlalia, dal suo canto, chiede a Marchionne e a tutto il managment del Lingotto un impegno nella progettualità di automobili che sappiano reggere la sfida del mercato globale, soprattutto nelle sue aree più redditizie.
Se così stanno le cose l’Italia non può che accettare la sfida di Marchionne. Altre alternative non se ne vedono. Il lusso di dire “no”, non c’è più consentito.

martedì 17 agosto 2010

La Presidenza della Repubblica

Una casualità. Uno scherzo del destino. Nel giorno in cui Francesco Cossiga sale al cielo, gli occhi della politica italiana (seppur in ferie) sono tutti rivolti alla Presidenza della Repubblica. La crisi e gli scontri di questa estate sono saliti fino al colle più alto della Repubblica. Ciò perché diversi esponenti dell’attuale maggioranza hanno pensato bene, nei loro deliri da fin de siècle, di coinvolgere direttamente il Presidente Giorgio Napolitano.

Il quale s’è visto costretto a ricordare, con forza, quello che è il meccanismo di base della nostra Repubblica. Ovvero che in l’Italia, fino alla prova del contrario, è il Parlamento a decidere le sorti dei governi. E che il potere di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni spetta solo al Presidente della Repubblica. Cose conosciute a tutti, ne siamo certi anche agli esponenti del Popolo delle Libertà e del Governo.

Stando così le cose, se la frattura con la componente finiana del Pdl non verrà ricomposta e l’attuale compagine governativa non avrà i voti necessari alle Camere si aprirà una crisi di governo. Di quelle classiche di cui la storia repubblicana del nostro Paese è stata pienissima. Il regista in quel caso sarà solo Giorgio Napolitano e la Presidenza della Repubblica. Questo sta scritto nella Costituzione.

Non è il momento di stabilire se questo procedimento è in linea o meno con il funzionamento di una democrazia che si vuole moderna e liberale. Certo è che sentire evocare la costituzione materiale e la scelta diretta del premier sulla scheda per ritornare subito alle urne è l'ennesima forzatura istituzionale a cui questa maggioranza vuole costringere il Paese.

Ascoltare, poi, gli stessi esponenti parlare di golpe presidenziale è oltremodo grave. Sia perché il potere presidenziale di cercare una nuova maggioranza in Parlamento è del tutto legittimo. Sia perché evidenza – se ancora ce ne fosse bisogno – l’incapacità riformatrice di questa maggioranza. Con i numeri con cui era uscita trionfante dalle urne della primavera del 2008 era ipotizzabile qualsiasi cambiamento della macchina dello Stato. E, invece, a due anni di distanza ci ritroviamo con la maggioranza evaporata e la macchina politico-istituzionale della “prima repubblica”.

Con l’assurdità ulteriore che quando il Presidente della Repubblica certifica questo stato di cose lo si accusa di golpismo. Chiaro sintomo che dalle parti della maggioranza si pensa di cambiare il Paese solo con le parole, o che basti evocare le riforme per realizzarle.

La calda estate della politica italiana

VENTUNO
Quest'anno, nonostante la chiusura delle Camere, la politica difficilmente andrà in vacanza. La rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi ha riaperto i giochi. Dopo il voto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Giacomo Caliendo la crisi della maggioranza è sotto gli occhi di tutti. A dirlo sono i numeri e non solo i rumors del transatlantico. Stando così le cose, tra assenze volute o subite alla Camera il governo troverebbe difficoltà ad approvare anche le leggi più "semplici".

La sindrome Prodi avanza e con essa lo spettro del pallottoliere. Già alcuni ministri di peso hanno annunciato che non ci sarà un bis di quell'esperienza. Se le cose resteranno così, a settembre, basterà un piccolo incidente per dichiarare fallimento e portare i libri al tribunale del Quirinale.

Ben consci di questa realtà, sono in molti a organizzare le truppe in vista delle urne. A volere il voto più di tutti è Berlusconi: essendo il mago delle elezioni non vede l'ora di ridare fiato alla sua propaganda e sfidare tutti nella conta delle schede. C'è da chiedersi se questo sia un bene per il Paese. Noi crediamo di no. Non solo per una questione di credibilità internazionale. Ma anche perché andare alle urne con questa legge elettorale è inutile. Ci troveremmo con un altro Parlamento di nominati e con il forte rischio, al Senato, - a causa delle circoscrizioni regionali previste dalla legge elettorale "Calderoli" - di non avere una chiara maggioranza.

Dall'altra parte stupisce, ma fino a un certo punto, il comportamento del Partito democratico. Negli altri paesi a sistema bipolare il maggiore partito d'opposizione spera sempre di andare alle urne per sconfiggere l'avversario. In Italia questo non avviene. Gli strateghi del Pd puntano a un governo tecnico, che va bene per rifare la legge elettorale, ma che testimonia - nonostante le smentite del vicesegretario Franceschini - la paura del voto. Li capiamo, non avendo né leader né programma è difficile presentarsi davanti agli elettori per chiedere il consenso.
Nell'opposizione l'unico che spinge per il voto è Antonio Di Pietro. Consapevole del fatto che all'ennesimo referendum pro/contro Berlusconi lui aumenterebbe i suoi voti, a discapito ancora del Pd.

Per fortuna che da questa crisi politica è venuto fuori qualche elemento positivo di novità. Stiamo parlando del Terzo polo. Per chi come noi già da diversi mesi ritiene che una svolta al sistema politico possa venire dall'avvento di una nuova forza liberale e democratica, l'evolversi di questi giorni fa ben sperare per il futuro. L'illusione bipolare sembra ormai finita. Purtroppo non è bastata la volontà e un colpo di restyling ai vecchi partiti per trasformare l'Italia nell'Inghilterra dei tories e dei whigs.

Il Paese ancora non ha ancora raggiunto una maturità tale da reggere le sfide implicite nella trasformazione e semplificazione bipolare. Come faceva notare Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale La grande palude sul "Corriere della Sera", nella storia democratica il nostro Paese quando supera le grandi dicotomie ideologiche (fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, berlusconismo/antiberlusconismo), finisce poi per concentrarsi verso il centro. Dove per centro Galli della Loggia intende «un luogo di effettiva consistenza politica, di vera autonoma identità» da contrapporsi alla sinistra «inglobando e in un certo senso surrogando la destra». Uno scenario, a nostro avviso, destinato a compiersi quando finiranno di spegnersi le luci sull'evo berlusconiano. E si accenderanno quelle sul Terzo polo. (IL FALCO)

martedì 25 maggio 2010

Il Parlamento "compresso" e i Consigli dei Ministri "veloci"

VENTUNO
Il richiamo fatto dal Capo dello Stato negli ultimi giorni dovrebbe far riflettere un po' tutti. Lo svilimento delle nostre istituzioni rappresentative è un segnale pericoloso, soprattutto in un periodo di crisi economica come questo. Il continuo ricorso alla decretazione d'urgenza da parte del Governo, spesso con l'ulteriore mortificazione del voto di fiducia, segnano l'eclissi della democrazia rappresentativa. Decreti legge - come messo in luce dallo stesso Presidente Giorgio Napolitano nel messaggio rilasciato dopo la firma dell'ultimo dl sugli incentivi alla crisi - in cui appare sempre più controverso il rispetto dei requisiti di necessità ed urgenza, nonché dell'omogeneità del contenuto. Un "no" quindi, alla pratica di inserire disposizioni estranee e tra loro eterogenee creando continui maxiemendamenti approvati - per giunta - col voto di fiducia. In questo modo risulta chiaro il conseguente esautoramento del ruolo legislativo del Parlamento.

La conferma dei numeri. A sottolineare il crollo della funzione normativa delle Camere c'è il numero medio di leggi approvate. Facendo un paragone storico si vede che nell'ultima Legislatura (aprile 2008 - maggio 2010) sono 161, in media 6,5 al mese. Si passa, così, con un livello quasi perfettamente decrescente, dalla media mensile di 37,6 leggi della I Legislatura (1948-1953), dato più alto nella storia parlamentare, alle 5 leggi per mese approvate durante i due anni dell'ultimo governo Prodi (2006-08). Un potere legislativo che scompare senza che aumenti, per esempio, la funzione di controllo, che sempre più caratterizza le assemblee parlamentari dei Paesi occidentali.

Un Parlamento depotenziato anche perché il Governo tiene ben stretti i cordoni della borsa. Infatti, ogni volta che si presenta l'opportunità di approvare un provvedimento legislativo di natura parlamentare la scure della copertura finanziaria s'abbatte inclemente. Così l'applicazione fin troppo rigorosa dell'art. 81 della Costituzione diviene un'ulteriore limite invalicabile per l'autonomia legislativa delle aule. Una nullafacenza di fatto per onorevoli e senatori che agli occhi dell'opinione pubblica amplifica l'effetto della casta piena di soldi e benefit che non lavora. Su questo punto i dati riportarti da Antonio Merlo, docente della Pennsylvania University, nel suo "Classe dirigente - L'intreccio tra business e politica" registrano dal '94 ad oggi un aumento medio della retribuzione dei parlamentari del 9,9%. Dato che mal si coniuga con la diminuzione del "lavoro parlamentare" e l'avanzare della crisi economica.

Del vuoto di potere (legislativo) lasciato dal Parlamento ne approfitta il Governo. Dall'inizio della Legislatura, infatti, sono stati approvati 58 decreti legge e 95 decreti legislativi (dati del
Rapporto sull'attività del Governo del Ministero per l'Attuazione del programma). Tutto sembra così giocarsi all'interno del Consiglio dei Ministri. È lì che si decidono le partite politiche che contano. Se, però, si va a verificare la durata delle riunione dei Ministri, viene fuori un dato interessante. Di media i 94 Consigli dei Ministri che ci sono stati dall'inizio di questa Legislatura sono andati poco oltre l'ora. Settantaquattro minuti, per essere precisi. Un tempo non certo lunghissimo. Calcolando, poi, i convenevoli e il disbrigo delle formalità burocratiche resta ben poco per discutere tra i ministri. A vedere i dati sembra prevalere un senso di unanimismo in queste riunioni. Con un Parlamento "compresso" e sempre più esautorato dalla decretazione d'urgenza a colpa di fiducia, non né una bella notizia scoprire la "velocità" con cui l'organo collegiale effettivo di decisione politica emana i suoi provvedimenti. Tempi da Consiglio di Amministrazione d'azienda, che dicono molto sul decadente stato delle nostre istituzioni repubblicane. (IL FALCO)