Prendi un giorno in un tribunale italiano. Una causa semplice: falsa testimonianza. Tu sei un testimone e ti presenti nella cittadella romana della giustizia a piazzale Clodio. Entri all'ora esatta e c'è tanta gente nell'aula 18 della settima sezione civile dove è previsto il processo. Del giudice, però, neanche l'ombra. In attesa del suo arrivo i cancellieri iniziano le fasi di registrazione dei test presenti. Il tempo nell'aula passa, la gente intanto aumenta e continua la contumacia del giudice. Dalle nove della convocazione le lancette dell'orologio segnano ormai le dieci e trenta quando la porta si apre e la toga prende il suo posto. Silenzio in aula: forse s'inizia. Neanche per sogno, invece. Con voce squillante il giudice si scusa per l'attesa e racconta che "in Presidenza" c'è stato un errore. Il magistrato titolare è impegnato in un'altra udienza collegiale e non potrà presiedere a questa seduta.
Sotto il cielo la confusione regna sovrana. Ma come - viene da chiedersi - si fissa un'udienza mesi prima e poi all'ultimo momento si scopre che il giudice titolare è impegnato in un'altra aula? E quest'altra udienza quando è stata fissata? Stante che la bilocazione è ancora un miracolo, come mai nei tribunali italiani si pensa di essere in due posti contemporaneamente? Domande inutili, è l'Italia bellezza!
Il giudice sostituto - dopo aver chiesto scusa, ma anche lei è vittima di quest'inefficienza organizzativa ("Ero a casa quando la Presidenza mi ha avvisato che c'era bisogno di coprire questa seduta") - inizia a visionare le cause e una a una le rinvia alla prossima data utile. Ed ecco che teste, avvocati - agenda alla mano - iniziano a contrattare le date. Ovviamente la prima utile è come minimo a tre mesi, per non dire l'anno prossimo. Si tratta per la maggior parte di prime udienze e per fatti (che una parte ritiene criminosi) commessi molto, ma molto tempo fa. Come quello dello scrivente, che risale all'agosto del 2007 e la cui prima udienza vedrà la luce (forse) il 14 giugno 2010.
Questi i fatti di una mattina in un tribunale italiano. Ma ahimé, non si tratta solo di una mattina particolarmente sfortunata. Questa è l'ennesima cronaca di quanto avviene nelle aule dove la giustizia si amministra nel nome del Popolo. Sveglie all'alba, giorni di lavoro persi, tempo sprecato, guadagni mancati di teste e imputati? Sono i costi di un servizio inefficiente: la Giustizia italiana. Che ti obbliga - salvo legittimo impedimento - a presentarti alle udienze. Senza il diritto di trovare dall'altra parte il rispetto e il buon funzionamento. Sfugge, poi, a chi addebitare le responsabilità. Perché se ti chiedi di chi è la colpa, finisci dritto dritto in uno dei tanti fronti aperti in questo Paese. Dove da un lato c'è chi ti dice che la colpa è della politica che non riesce a organizzare un servizio che fa acqua da tutti i lati. Dall'altro la politica si difende dicendo che la magistratura è una corporazione recalcitrante a farsi riformare. Che anzi le riforme sono state fatte o stanno per essere approvate.
Vittima come sempre il cittadino. Prevaricato nei suoi diritti e obbligato a partecipare a uno spettacolo di cui è protagonista a suo discapito. E soprattutto - se non è residente e, quindi ha la sfortuna di abitare lontano dal tribunale - si paga anche il costo della benzina. Lo Stato, infatti, - come spiega l'addetta ai rimborsi dell'erario - da qualche giorno (dopo l' "ultima" circolare) paga solo i costi dei trasporti che puoi dimostrare tramite un biglietto cartaceo. Quando al danno si aggiunge la beffa. (IL FALCO)





















