venerdì 26 giugno 2009
Il ritorno di Editori Riuniti
giovedì 4 giugno 2009
Sale la protesta tra i terremotati: manifestanti in centro all'Aquila
venerdì 22 maggio 2009
Fondi per le zone terremotate dai risparmi della parata del 2 gugno
mercoledì 20 maggio 2009
L'integrazione non si fa così
Spesso sono i picco li episodi che rive lano i grandi fatti. Che cosa sia diven tata ad esempio, per tan ta parte, la scuola italia na, quale sia il senso co mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di ce quanto è appena acca duto a Roma, alla scuola materna ed elementare Carlo Pisacane. La cui pre side, con l’accordo unani me del consiglio d’istitu to, ha deciso che il nome di Pisacane non è proprio il più adatto per una scuo la che accoglie tanti alun ni non italiani, apparte nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di bengalesi, romeni e ci nesi. Pisacane: avete presen te? Un mazziniano, con la testa piena di idee confu se sulla patria e sul socialismo, che si era fissato di fare una rivoluzione con i contadini del Mezzogior no e che fu capace, inve ce, solo di andare incon tro alla propria rovina la sciandoci la vita. Un italia no poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che lo conosca que sto Pisacane? Molto me glio intitolare la scuola, hanno pensato i docenti romani, a un personaggio di ben altro calibro e noto rietà, per esempio a Tsu nesaburo Makiguchi. Ma certo, Makiguchi! Sappia mo tutti chi è: pensatore e pedagogista celeberri mo, teorizzatore della or mai diffusissima (anche troppo!) «educazione cre ativa ». E che poi sia giap ponese non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, conservano del Paese del Sol Levante un così simpatico ricor do. In realtà c’è poco da iro nizzare su questa Italia di oggi, di cui i poveri inse gnanti della ex Pisacane, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vit time di un Paese che ha una venerazione idolatri ca verso tutto ciò che sa di «territorio» e di «deci sione dal basso» e per mette che denominazioni così simbolicamente cru ciali (la cui importanza ci ricorda un aureo libretto di Alberto ed Elisa Benzo ni in uscita proprio in questi giorni da Bietti, Le vie d’Italia) come i nomi delle cose che sono di tut ti, adoperate da tutti, qua li sono per l’appunto i no mi delle scuole, siano a di sposizione del primo consiglio d’istituto che vuole cambiarli. Un Paese così ipnotizza to dalle mitologie interna zional- mondialiste, e in sieme così abituato a vedersi secondo l’immagi ne negativa che gli fabbri cano ogni giorno i suoi tanti moralisti di profes sione, da credere che or mai la propria storia, la propria identità, non vo gliano dire più nulla per nessuno, non abbiano più alcun valore. E dun que un Paese che di fron te all’immigrazione si tro va nell’incapacità di fare la sola cosa utile che c’è da fare. Cioè cercare d’in tegrare, far diventare ita liani gli stranieri legal mente in Italia, conceden dogli dunque con larghez za la cittadinanza (con lar ghezza! Lo si capisca una buona volta) e facendoli partecipi della nostra lin gua, della nostra storia, della nostra cultura: prin cipalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo striz zare l’occhio alle mode e farci belli gingillandoci con un multiculturalismo suicida che ha il solo effet to di ghettizzare gli stra nieri e di alzare una bar riera tra noi e loro. (ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA)






























