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La frase della settimana

"Soltanto i grandi uomini possono avere grandi difetti"

FRANCOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

venerdì 12 marzo 2010

Cronaca da un tribunale italiano

VENTUNO ASSOCIAZIONE

Prendi un giorno in un tribunale italiano. Una causa semplice: falsa testimonianza. Tu sei un testimone e ti presenti nella cittadella romana della giustizia a piazzale Clodio. Entri all'ora esatta e c'è tanta gente nell'aula 18 della settima sezione civile dove è previsto il processo. Del giudice, però, neanche l'ombra. In attesa del suo arrivo i cancellieri iniziano le fasi di registrazione dei test presenti. Il tempo nell'aula passa, la gente intanto aumenta e continua la contumacia del giudice. Dalle nove della convocazione le lancette dell'orologio segnano ormai le dieci e trenta quando la porta si apre e la toga prende il suo posto. Silenzio in aula: forse s'inizia. Neanche per sogno, invece. Con voce squillante il giudice si scusa per l'attesa e racconta che "in Presidenza" c'è stato un errore. Il magistrato titolare è impegnato in un'altra udienza collegiale e non potrà presiedere a questa seduta.


Sotto il cielo la confusione regna sovrana. Ma come - viene da chiedersi - si fissa un'udienza mesi prima e poi all'ultimo momento si scopre che il giudice titolare è impegnato in un'altra aula? E quest'altra udienza quando è stata fissata? Stante che la bilocazione è ancora un miracolo, come mai nei tribunali italiani si pensa di essere in due posti contemporaneamente? Domande inutili, è l'Italia bellezza!


Il giudice sostituto - dopo aver chiesto scusa, ma anche lei è vittima di quest'inefficienza organizzativa ("Ero a casa quando la Presidenza mi ha avvisato che c'era bisogno di coprire questa seduta") - inizia a visionare le cause e una a una le rinvia alla prossima data utile. Ed ecco che teste, avvocati - agenda alla mano - iniziano a contrattare le date. Ovviamente la prima utile è come minimo a tre mesi, per non dire l'anno prossimo. Si tratta per la maggior parte di prime udienze e per fatti (che una parte ritiene criminosi) commessi molto, ma molto tempo fa. Come quello dello scrivente, che risale all'agosto del 2007 e la cui prima udienza vedrà la luce (forse) il 14 giugno 2010.


Questi i fatti di una mattina in un tribunale italiano. Ma ahimé, non si tratta solo di una mattina particolarmente sfortunata. Questa è l'ennesima cronaca di quanto avviene nelle aule dove la giustizia si amministra nel nome del Popolo. Sveglie all'alba, giorni di lavoro persi, tempo sprecato, guadagni mancati di teste e imputati? Sono i costi di un servizio inefficiente: la Giustizia italiana. Che ti obbliga - salvo legittimo impedimento - a presentarti alle udienze. Senza il diritto di trovare dall'altra parte il rispetto e il buon funzionamento. Sfugge, poi, a chi addebitare le responsabilità. Perché se ti chiedi di chi è la colpa, finisci dritto dritto in uno dei tanti fronti aperti in questo Paese. Dove da un lato c'è chi ti dice che la colpa è della politica che non riesce a organizzare un servizio che fa acqua da tutti i lati. Dall'altro la politica si difende dicendo che la magistratura è una corporazione recalcitrante a farsi riformare. Che anzi le riforme sono state fatte o stanno per essere approvate.


Vittima come sempre il cittadino. Prevaricato nei suoi diritti e obbligato a partecipare a uno spettacolo di cui è protagonista a suo discapito. E soprattutto - se non è residente e, quindi ha la sfortuna di abitare lontano dal tribunale - si paga anche il costo della benzina. Lo Stato, infatti, - come spiega l'addetta ai rimborsi dell'erario - da qualche giorno (dopo l' "ultima" circolare) paga solo i costi dei trasporti che puoi dimostrare tramite un biglietto cartaceo. Quando al danno si aggiunge la beffa. (IL FALCO)

venerdì 12 febbraio 2010

Salaria Sport Village: «Massaggi particolari? Non ne sappiamo nulla»

ROMA (12 febbraio) - Al Salaria Sport Village nessuno ha voglia di parlare. Silenzio tra i responsabili della struttura. Nessuna dichiarazione sulle presunte visite di Bertolaso al centro benessere. Tra i soci che si aggirano nella struttura, tutti hanno letto e sentito parlare della notizia che vede protagonista il loro club, al centro dell’inchiesta della procura fiorentina. Nessuno dice, però, di aver mai visto o saputo che tra i soci del centro ci fosse anche il sottosegretario alla Protezione Civile. «Siamo caduti dalle nuvole - dice allargando le braccia un cuoco che lavora al ristorante del Village - Quando stamattina abbiamo letto la notizia è stata una sorpresa per tutti». «Di volti noti se ne vedono spesso qui.

Qualche giocatore di calcio, gente dello spettacolo - racconta Daniele, un ragazzo che al Salaria Village fa l’istruttore di nuoto - Ci sono molte feste qui la sera, c’è movimento, ma della storia dei “massaggi particolari” qui non ne sappiamo nulla». Cosa confermata anche da un socio che esce dall’area nuoto: «Ho letto di Bertolaso ma io qui non l’ho mai visto. Il centro ha buone strutture, molto serie. E per me questa è l’unica cosa che conta». «Qui ci sono parecchi vip, questo è un luogo molto riservato. Per ora non abbiamo nulla da commentare», spiega Silvia, addetta alle relazioni esterne del club.

«Forse per questi fatti oggi c’è poca gente rispetto agli altri giorni», riferisce un vigilante della struttura. A volte alcuni padiglioni vengono utilizzati per «serate disco» a cui - riferiscono alcuni clienti - hanno partecipano diversi testimonial. All’interno del villaggio sportivo, aperto alla fine del 2005 e dove si allenano diverse squadre giovanili di calcio, c’è anche una foresteria e una piscina, che furono sequestrate durante l’inchiesta della Procura di Roma, partita lo scorso anno, sui presunti abusi edilizi, compiuti per la realizzazione di impianti destinati all’organizzazione dei Mondiali di nuoto di Roma 2009. Poi c’è il centro benessere, in cui lavorano 5 o 6 ragazze che hanno tra i 20 e i 30 anni.

E tra queste c’è «Francesca del beauty», come la chiamano qui, una ragazza mora - riferiscono - ma oggi blindata come le sue altre colleghe del centro benessere Salaria Beauty. Nel Beauty c’è un solarium, una sauna, spogliatoi e alcune stanze con luci soffuse di diversi colori dedicate ai massaggi, effettuati anche con olii e altri prodotti esotici. La struttura ha aperto i battenti alla fine del 2005, dopo aver ripreso e risistemato le strutture dell’ex circolo della Banca di Roma. Una realtà importante che vede coinvolti tremilacinquecento soci che dalla mattina alla sera, sette giorni su sette, hanno la possibilità di sudare e divertirsi tra nuoto, calcio, tennis, canottaggio sul Tevere, fitness e altre decine di attività sportive al chiuso e all’aperto.

La struttura contiene otto campi da tennis, una piscina olimpionica da 50 metri, un campo da calcio regolamentare con tribuna coperta, vari campi da calcetto e calciotto e 2500 mq dedicati al fitness, compresa anche una ludoteca dove possono stare i bambini più piccoli mentre i genitori fanno sport. Sessantacinque gli istruttori impiegati. Molto attivi e frequentati i corsi di hip hop e di balli: dalla salsa alla bachata, alla danza del ventre a quelli di gruppo. Tante le feste serali per i soci, molte delle quali curate dall’ex ballerina del Cacao Meravigliao, Regina Profeta. (IL FALCO)

sabato 30 gennaio 2010

Scritte in via Tasso, il custode del museo: sono state fatte all'una di notte

ROMA (27 gennaio) - Al civico 155 di via Tasso le scritte neonaziste sono scomparse in mattinata. I mezzi a idrogetto degli operatori del decoro urbano dell’Ama le hanno rimosse. Il dispiacere e lo sdegno per questo gesto restano. Il custode del Museo storico della Liberazione è sicuro dell’ora in cui le scritte sono state fatte.

«Devono averle fatte intorno all’una – ha detto - Sono passato prima e ancora non c’erano. Quando sono rientrato a casa le ho trovate».

Giuseppe Mogavero, segretario generale del museo è scosso: «Mai nessuno, per quello che ricordo io, aveva fatto questo tipo di scritte sul palazzo». Il gesto che hanno voluto fare è chiaro, racconta Mogavero. «Vede la scritta “Olocausto propaganda sionista” è stata fatta apposta sul quel parte del palazzo perché è lì che risiedevano i vertici della Super polizie, il comando che riuniva le SS, la Gestapo e la Polizia metropolitana. Qui fu trasferito il quartier generale dopo l’inizio dell’occupazione nazista l’11 settembre del 1943, in questo palazzo di proprietà dell’ambasciata tedesca».

Ma nella storia di questa via, che a Roma rappresenta la memoria vivente delle violenze naziste, non sono mancati altri gesti eclatanti. Come la bomba-carta che fu fatta esplodere il 23 novembre del 1999 proprio sul portone d’ingresso del Museo o altre scritte sui muri vicini.

Le telecamere di sorveglianza sono state installate proprio per evitare questo genere di atti. Chi questa notte ha voluto segnare con lo spray i muri del museo ha sfidato anche loro. Sulle registrazioni stanno adesso lavorando i tecnici della Digos alla ricerca di elementi che possano far risalire agli autori. (IL FALCO)

sabato 23 gennaio 2010

Brevemente il processo breve

Per ora siamo di fronte all’ennesima legge ad personam spacciata per una riforma del procedimento processuale. Una soluzione sbagliata. Mossa col chiaro obiettivo di fermare la macchina processuale che sta per esaminare alcune condotte del nostro Premier. Il metodo è sempre lo stesso. Escogitare un sistema che blocchi il processo che vede come imputato Silvio Berlusconi e poi, intorno a questo, costruire una norma che nella sua generalità produce un mare di problemi. In un settore, la giustizia, che nel nostro paese non scoppia di salute.

La maggioranza di centrodestra è impegnata da un po’ di tempo a spiegare al Paese che questo procedimento è sacrosanto perché in Italia i processi hanno tempi biblici. Conclusione impeccabile. Peccato che la premessa – approviamo il “processo breve” e d’incanto i processi s’accorceranno – è una della quelle fiabe a cui non crederebbero neanche i bambini. Sarebbe troppo facile e troppo bello se bastasse una legge per stabilire quale debba essere il limite massimo per la durata dei processi. Non credo che esista una norma del genere in qualche altro paese. Non che il principio non sia giusto.

La ragionevole durata è sancita anche nella nostra Carta costituzionale. L’unica cosa è che nella situazione attuale – come hanno spiegato fior di avvocati e di magistrati – non è quello lo strumento che serve per diminuire i tempi processuali che, spesso e volentieri, soprattutto nelle cause che contano, solo artatamente allunganti dagli stessi avvocati alla ricerca della prescrizione. La norma approvata non piace a molti nella stessa maggioranza. A conferma di questo sono arrivate stamani le parole di Fini – che ha rassicurato tutti annunciando delle modifiche al testo alla Camera.

C’è poi, secondo quanto riportano i giornali, l’accordo raggiunto ieri tra lo stesso Presidente Fini e Berlusconi per cui la norma sul “processo breve” finirà nei cestini della Camera. Mentre arriverà entro fine febbraio l’approvazione del testo sul “legittimo impedimento”. Il provvedimento ripropone la questione grave di un Presidente del Consiglio che utilizza lo strumento legislativo per interrompere l’accertamento giudiziario nei suoi confronti. Vecchia storia che va avanti da ormai un quindicennio. Da un lato Silvio Berlusconi e la sua maggioranza che lamenta una sorta di persecuzione personale da parte della magistratura. Per questo ritiene di dover trovare un modo – quale che sia – per evitare che la magistratura con una condanna penale lo delegittimi agli occhi del Paese e non solo. Il nodo scoperto è sempre quello.

La questione aperta nel biennio 1992-1993 (e non ancora risolta) di quali debbano essere i rapporti e i limiti tra i poteri dello Stato. In particolare tra l’esecutivo (ma anche il legislativo) e il giudiziario. Le solite, quindi. Il sistema politico si sente debole e sottoricatto della magistratura. Dall’altro i giudici che, forti della loro indipendenza (e impunità), vanno avanti nel loro lavoro e ritengono (a ragione stando questo quadro costituzionale) che non ci siano e non ci debbano essere dei limiti e degli intralci alla loro azione. L’ostaggio di questo scontro non sanato è il Paese. Bloccato da un governo che vede il Presidente del Consiglio che passa la maggior parte del suo tempo a cercare una soluzione ai suoi processi. E da una maggioranza che vota a mani basse e senza lamentarsi, una dopo l’altra, le varie leggi che i geniali legulei vicino al Premier escogitano come possibili soluzioni. Tranne poi incappare nella solita, infingarda, questione di costituzionalità che annulla tutto e riporta la macchina dell’esecutivo alla casella del via. Pronta a sbagliare di nuovo. (IL FALCO)

giovedì 14 gennaio 2010

Sui fatti di Rosarno

Sui fatti di Rosarno ormai è stato evocato di tutto. Partendo dall’analisi sugli scontri nella cittadina della piana di Gioia Tauro, non si sa come s’è arrivati a discutere se gli italiani siano o meno razzisti. Quale miglior modo per perdere l’ennesima occasione di confrontarci con quello che succede nel Paese reale e parlare d’altro. Ovvero di niente. Sul fatto che riuscire a carpire quale sia il carattere di un popolo è cosa estremamente difficile, ancorché inutile, pensavamo di non dover tornare. E invece dobbiamo ribadire che con quello che è successo a Rosarno il razzismo non c’entra nulla.

Sembra ormai chiaro a tutti che la rivolta non è stata causata dall’esasperazione dei cittadini calabresi per la presenza nella loro comunità di diverse centinaia di lavoratori extracomunitari. Ciò appare evidente dal fatto che la loro presenza a Rosarno e in quelle zone risale a molti anni fa. Queste persone si spezzavano la schiena nei campi agricoli della Calabria non da ieri. Erano lì già da molto tempo, visibili a tutti quelli che li volessero vedere. A tutti quelli che avevano ancora la capacità di indignarsi perché nel 2010, in un paese civile e democratico come il nostro, ci sono forme così palesi di schiavismo. Nell’indifferenza generale.

Che senso ha quella manifestazione dei cittadini di Rosarno che hanno voluto dimostrare che loro non sono razzisti, quando sapevano benissimo che a pochi passi dalle loro case c’erano delle persone che venivano schiavizzate per pochi euro al giorno? Non mi sembra che su questo tema si sia registrata alcuna manifestazione in quella zona in questi anni. Perché i cittadini di Rosarno non sono scesi in piazza prima, a denunciare come le ‘ndrine calpestavano quotidianamente i diritti fondamentali di quelle persone? Per non dire poi della scena pietosa durante la manifestazione in cui è stato censurato uno striscione che diceva (almeno a parole) “No alla mafia”.

Per l’economia agricola delle ‘ndrine che controllano la raccolta della frutta in quella zona, i lavoratori extracomunitari erano estremamente convenienti: venivano presi direttamente dall’ Africa e nascosti nelle navi che poi attraccavano pacificamente nel porto di Gioia Tauro. Che, come è stato segnalato diverse volte dalla stessa Procura Antimafia, è un porto internazionale quasi totalmente gestito dalle cosche, dove arriva molta della droga che poi viene spacciata in Italia e nel resto dell’Europa. E dove arrivano molti degli immigrati, clandestini ovviamente, che poi fanno pochi chilometri e finiscono a raccogliere agrumi, pomodori e frutta varia.

Gli scontri dei giorni scorsi hanno una motivazione di natura tipicamente economica: il prezzo degli agrumi, in particolare, è estremamente basso e il ricavo, di conseguenza, è minimo. Per questo le ‘ndrine si sono fatte due conti e hanno deciso che tutta quella manodopera non serviva più. Che quei lavoratori potevano andare via. Che a Rosarno per loro non c’era più occupazione.

Ovviamente quando le cosche prendono decisioni di questo genere non chiamano certo i sindacati o i mediatori culturali. Non sarebbe una reazione in linea con il loro modo di operare. Perciò hanno pensato bene di mandare qualche operaio della malavita a far sentire il rumore del piombo. Unico mezzo e modo di comunicazione che a loro si confà.

Da qui la reazione degli extracomunitari, che ovviamente non sono rimasti a farsi impallinare come bersagli immobili a un poligono di tiro. D’altra parte le cosche non immaginavano certo che in Italia ci fosse uno Stato così efficiente che, in men che non si dica, organizzasse pullman per portare via quelle persone adesso a loro sgradite. Ma tant’è: due giorni di caos e il problema è risolto. Le ‘ndrine contente, i cittadini di Rosarno salvi e i poveri immigrati spostati chissà dove come se fossero dei pacchi postali.

Il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha aggiunto che certo la piaga dello sfruttamento dei lavoratori immigrati è da combattere, e che il Governo si impegnerà a far rispettare la legalità. Ma non dimentichiamo – ha tuonato Maroni – “che si tratta di clandestini”. Come se schiavizzare i clandestini fosse lecito e, quindi, meno grave del non essere in possesso di un permesso di soggiorno.

Il problema è che di Rosarno ne è piena l’Italia. Soprattutto il mezzogiorno. Ma qualcuno forse crede che in Puglia, piuttosto che in Campania o nel Metaponto, i lavoratori che d’estate raccolgono i pomodori o le angurie abbiano tutti il permesso di soggiorno e un contratto di lavoro regolare? C’è qualcuno che crede che nella miriade di cantieri edili sparsi nel paese non ci siano migliaia e migliaia di lavoratori irregolari e clandestini che all’alba vengono reclutati dai caporali e pagati (sotto il ricatto della denuncia) quasi nulla?

La questione di fondo non è stabilire se gli italiani siano o meno razzisti. Il guaio grande è che nel nostro Paese ci sono grosse sacche di schiavismo bello e buono. Dove molti, troppi, fanno finta di non vedere e non sapere. E questa si chiama indifferenza. (IL FALCO)

venerdì 18 dicembre 2009

Le “Vittime” al centro della scena. Un docu-film sui morti del terrorismo

“Vittime”. Semplicemente vittime della violenza politica che ha insanguinato le strade delle città del nostro Paese tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta. Un lungo elenco di morti, di vittime di una guerra non dichiarata in un periodo di pace. Sono loro i protagonisti del docu-film realizzato da Giovanna Gagliardo e nato da un’iniziativa dell’associazione delle vittime del Terrorismo (Aiviter www.vittimedelterrorismo.it) in collaborazione con la Direzione Generale per il Cinema del Ministero dei Beni Culturali.


Nel filmato, per stessa ammissione della regista manca la storicizzazione dei fatti. Non si parla del contesto. “Vittime”, infatti, non è un documentario sugli anni di Piombo. Non vengono indagate le ragioni, i torti, le responsabilità accertate e quelle presunte. Nessun accenno alle vicende processuali, se non quando più di qualcuno delle “vittime” sottolinea, ancora una volta, l’incredulità davanti a un Paese che dopo decenni ancora non riesce a chiarire ed accertare quali sono i responsabili di molti di questi attentati.


Scorrono così sullo schermo le immagini di repertorio dei tiggì che riprendono i momenti successivi agli attentati. I cadaveri a terra coperti solo dalle lenzuola bianche. Le facce basite dei passanti. Le sirene delle ambulanze e le divise dei poliziotti. Le voci che parlano e raccontano sono quelle delle vittime che sono ancora in mezzo a noi: i parenti, i custodi della memoria di quella violenza. Di chi ha avuto la vita distrutta e stravolta per la scelta violenta fatta da qualcun altro. Così, in un susseguirsi d’immagini d’epoca e interviste d’oggi le mogli, i figli piccoli ormai diventati grandi, i nipoti, alcune delle vittime che sono riuscite a sopravvivere esprimono il loro punto di vista.


“Questo non vuole essere un film riparatore, né deve controbilanciare alcunché” – ha dichiarato Gaetano Blandini, direttore Generale per il Cinema del Ministero. “Questo documentario nasce in un modo che può sembrare anche rocambolesco, ma in cui non c’è da scoprire nessuna dietrologia”. L’iniziativa, infatti, è dell’Aiviter che durante la discussione preliminare sul film su “Prima Linea” chiese di realizzare un lavoro sulle vittime degli anni di Piombo. “Noi – continua Blandini – abbiamo contribuito all’idea fornendo il nostro know how necessario per realizzare il progetto”. “Vittime” nasce così.


Il documentario inizia con le parole di Alma Petri, moglie di Emanuele Petri, una delle ultime vittime della violenza politica nel nostro Paese. Il sovrintendete delle Polfer morì il 2 marzo 2003 durante un controllo ferroviario nei pressi della stazione di Castiglion Fiorentino ucciso da Mario Galesi, uno dei leader delle Nuove Brigate Rosse.


Le immagini continuano andando a ritroso nel tempo, soprattutto riportando alla memoria le “vittime” meno conosciute di quegli anni. Quelle che si ricordano meno perché non fanno parte di quegli eventi che per varie ragioni sono diventati il simbolo degli anni di Piombo. Ma dentro il documentario c’è spazio per tutti. Per i ricordi di tutti. C’è Bernadette Costa Cuocolo moglie di Fausto Cuocolo, esponente della Dc ferito in un attentato delle Br nel 1979, c’è Vanna Marangoni moglie di Luigi ucciso sempre dalle Br a Milano il 17 febbraio del 1981. Poi c’è il ricordo di Piero Costa, l’armatore rapito il 12 giugno del ’77 da parte di commando delle Br e liberato, dietro il pagamento del riscatto, dopo 81 giorni di prigionia. E dopo lui ci sono le parole di Mario Tuttobene, Manlio Milani, Giovanni Berardi e tanti altri. Ventidue testimonianze che parlano delle vittime, in un ricordo tutto personale, tutto puntato sull’uomo, sulla vittima.


Quelle di cui il Presidente della Repubblica nel corso della manifestazione tenutasi il 9 maggio scorso, Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, aveva ricordato la dura prova affrontata e aveva sottolineato come per loro l’esperienza più alta sia stata quella di “scommettere tutto sull’amore per la vita” e di guardare avanti “nel rispetto della memoria” lamentando come questo rispetto sia spesso mancato “proprio da parte dei responsabili di quelle azioni terroristiche”.


Lo stesso capo dello Stato, in quell’occasione, aveva invitato tutti “alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa”, per “scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal Paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che tanto sono costati alla democrazia e agli italiani”.


Il documentario termina sulle immagini della strage di piazza Fontana. A farsi protagonista del dolore di quella tragedia è Roberto Pinna. Lui è un sopravvissuto. Quel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era nel suo ufficio, al secondo piano dei locali della Banca dell’Agricoltura. L’esplosione l’ha scaraventato a diversi metri dalla sua scrivania. Ricorda ancora adesso con precisione il rumore di quello scoppio e l’odore forte di sangue misto all’esplosivo che aveva riempito l’aria. Un incubo che lo perseguita da quarant’anni e che spesso continua a svegliarlo nel cuore della notte.


La prima ufficiale di questo docu-film ci sarà il 12 dicembre prossimo a Milano, nel giorno in cui cadono i 40 anni esatti dalla strage di Piazza Fontana. La proiezione avverrà al “Piccolo Teatro” di via Rovelli 2 che, in quell’occasione, verrà riaperto a pubblico dopo i lavori di restauro. Dopo questa prima proiezione “Vittime” sarà trasmesso nelle scuole, in attesa di trovare l’accordo con la Rai per il passaggio televisivo. (IL FALCO)

sabato 12 dicembre 2009

Le strategie (ignote) di Fini

Il primo a dirlo chiaramente è stato Francesco Rutelli. L’invito al Presidente della Camera è stato chiaro ed esplicito: con le posizioni che hai che ci fai ancora nel Pdl? L’interrogato del leader di "Alleanza x l’Italia" è un pensiero che molti condividono da molto tempo. Soprattutto dopo aver sentito l’ormai famoso “fuori onda” in cui Gianfranco Fini parlava con il magistrato Nicola Trifuoggi a proposito delle dichiarazioni che il pentito Gaspare Spatuzza si apprestava a fare al processo d’appello che vede Marcello Dell’Ultri imputato per concorso esterno in associazione mafiosa.

La “questione Fini” agita ormai da molto tempo le notti di molti dei maggiorenti del Pdl, così come quelli del Governo, e in particolare del Presidente del Consiglio. Tutti a chiedersi che cosa ha in mente Gianfranco Fini. Qual è la sua strategia e quali le prossime mosse? Non c’è bisogno di scomodare analisi psicologiche per capire che qualcosa è cambiato nell’uomo che da sedici anni è il sodale politico di Silvio Berlusconi. Sicuramente alcune delle sue proposte (penso soprattutto al tema della cittadinanza degli immigrati) non sono cosa di adesso. Sono anni ormai che Fini le ribadisce. Semmai quello che stupisce è la tempistica. I distinguo e le prese di posizione dell’ex leader di Alleanza Nazionale sono ormai quotidiane. Si perde nella memoria l'ultima volta che Fini si è detto d’accordo con quanto detto o fatto da Silvio Berlusconi e dal Governo da lui presieduto.

Lo smarcamento da Berlusconi è finito da un pezzo. Ormai Fini è fuggito in solitaria. Verso quali lidi? Lui ha sempre dichiarato che le sue prese di posizione rientrano tutte nell’alveo di una destra moderna, liberale ed europea. Lo dice sempre: le cose che dico sono in linea con quanto dicono altri esponenti del centro-destra in Europa, da Sarkozy alla Merkel. Qualcuno con malizia sostiene che forse sono più vicine a Zapatero, ma Fini tira via dritto. Incurante di chi lo chiama il compagno Fini, piuttosto che Ho-Chi-Fin. I dubbi restano. La strategia, se da un punto di vista culturale convince, da quello politico rischio di finire in un buco nell’acqua.

Il Presidente della Camera deve stare attento ad alzare troppo il tiro nelle sue prese di pozione. Il rischio, infatti, non è quello che venga disarcionato dallo scranno più alto di palazzo Montecitorio, anche perché impossibile dal punto di vista costituzionale. Il problema è la perdita di consensi. Soprattutto a destra. A Gianfranco Fini non devono rassicurare gli applausi che vengono dall’opposizione. E neanche gli slogan a suo favore visti al No-Bday di qualche giorno fa. Quelli sono tutti voti che alla fine, nel segreto dell’urna, andranno a “sinistra”. Nonostante qualsiasi tipo di Pd, un elettore di centro-sinistra non voterà mai per Fini. Il Presidente della Camera dovrebbe preoccuparsi di più delle grida di traditore giunte da parte di iscritti e simpatizzanti del Popolo delle Libertà. Sono quelli i voti “naturali” di Fini. È quello il consenso che ha portato l’ex leader di An dove è adesso. Lui non lo deve dimenticare. I grandi uomini politici sono quelli che riescono a guidare i partiti e i loro iscritti verso grandi scelte e importanti obiettivi, anche impopolari. Ma nessun leader è diventato grande prescindendo dal consenso della sua parte politica. E anche Fini non può non considerare che il grosso del consenso (e quindi dei voti) della sua parte politica è ancora saldamente nelle mani di Silvio Berlusconi. Per questo un po’ di prudenza in più (soprattutto nell’utilizzo dei microfoni, sia accesdi che spenti) potrebbe essere un valido aiuto per le sfide che il centrodestra avrà davanti nel futuro dopo Berlusconi. (IL FALCO)